giovedi luglio

Sistema sonoro del Sud e
Zone Utopicamente Ricostruite

Corpiacorpo e trompe l'oeil

Sempre incerto il tempo e anche il Festival che rincorre le nuvole per capire come programmare gli spazi e i tempi. Quest'ultimi slittano, come sull'argilla bagnata di queste colline dove ti s'impantana la macchina (la mia alla tre di notte in cima alle vigne…) se non stai attento. Ma tutto procede con le prove d'attrice di Le Belle Bandiere, le coreografie sincopate, sterili ma appaganti per i più di Pogliani che così recupera la replica saltata ieri per la pioggia, la replica del bellissimo corpoacorpo di Abbondanza-Bertoni e quella di ZUR di cui però si riescono a fare altri percorsi (gli spettatori sono infatti divisi in cinque gruppi che fanno, e vedono, cose diverse…), altri "point du vue", vere e proprie, felici, rotture dello sguardo teatrale - trompe l'oeil.

Stralunati Caronti

Le settecentesche Stanze delle meraviglie, i baracconi dei castelli stregati, che visitavamo a Carnevale da piccoli, ma animati da una leggerezza, tutta francese, alla Peynet. Un itinerario nei sogni e nelle fantasie dell'infanzia, nei luoghi del sorriso, dello stupore, denso e straripante di immagini, di suoni, nel quale ci traghetta una coppia di Stralunati Caronti. Ma anche uno spettacolo evento happening performance a tutto tondo, da godere con i cinque sensi, lasciandosi guidare e distrarre dal flusso continuo delle invenzioni, ove si intrecciano, ammiccando, poesia, creatività ed ironia. E alle fine, come bambini dopo un giro in giostra che è sembrato troppo breve, la voglia di ricominciare. (claudio)

Nudi col cucchiaino in bocca

Ci sono illuminazioni che a sorpresa tornano ad accendere l'intelletto. Assistendo a "The Cherry Orchard" dei Moving House, mi è tornata limpidamente la relazione che lega certo teatro a certa pittura. Così come per Nekrosius (e non lo cito a caso) l'immagine essenziale è un simbolo sovraccarico di significati, anche i Moving House di Budapest concentrano il senso con pochissime ed elementari presenze. Quel the, senza samovar né tazze, versato direttamente nelle numerose bocche della famiglia denudata e caduta in disgrazia o le due sorellastre divenute gemelle siamesi all'interno di una comune gonna-destino, sono solo due delle tante soluzioni ideali trovate per questo Giardino cecoviano e poco cecoviano al tempo stesso. Sono solo due delle tante soluzioni di un'idea di teatro che mi convince. (maria)

L'eco dell'est

Un Cechov visto, masticato e sputato sulla scena da una banda di giovani ungheresi geniali. Su quel palchetto piccolissimo, ritagliato apposta, come un francobollo di teatro possibile, sul proscenio del Teatro della Luna, inscenano un gioco disincantato scombinando "Il giardino dei ciliegi". Tutti nudi si affollano, scompaiono dalle botole, si affogano nelle bacinelle, accettano pezzi di ciliegio. E' l'eco teatrale dell'est che invade l' Europa teatrale stanca e pronta a rigenerarsi da chi il teatro lo vive come flusso d'energia. (carlo)

Il contrario dell'immaginabile

A parte l'atmosfera che è proprio dell'est, almeno per noi, credo, tutto quello che succede sul palco dei Moving House è il contrario dell'ovvietà, il contrario di quello che puoi aspettarti, il contrario di quello che sarebbe logico, il contrario dell'immaginabile in senso lato. Proprio un delirio senza remore e limiti, portato all'estremità, ad affacciarsi al perturbante. (laurak)

La scure sui ciliegi

C'era la storia, davanti, sugli schermi, di una fine, collettiva: raccontata con interventi singoli, confessioni postume sul momento del trapasso, lucide. Ma la presa di coscienza a freddo (davanti) e la fissità di fotografie che incipriano il passato (sfondo) c'era la scena , c'è il teatro, il solo a rendere palpabile, VERA, la tragedia, "in fieri": una tragedia che prende corpo in un groviglio di gesti assurdi, di farneticazioni improbabili. E' il sadico gusto del grottesco che ci guidava ad accostarci ai personaggi, che però ci sfuggivano nella loro essenza: perché ci parlavano, ma poi si nascondevano, incespicavano nelle vesti, pasticciavano con armadi, o valigie, e si vergognavano, a volte, della loro nudità. Certo, ci sfuggivano, perché erano proprio loro a sfuggi re a loro stessi, ai perché delle loro sventure, ai valori dell'esistenza: sorvolavano tutto con una ingenuità, con una inetta pigrizia e indolenza che ineluttabilmente li ha fatti cozzare con le difficoltà della vita: e la sorte avversa li ha trovati completamente disarmati e inebetiti ( "io affronterò questo momento… seduta", ha detto pressappoco una delle donne al momento della crisi). Per disincantarli da malinconiche fantasie e rassegnate lamentele era necessario il rumore, secco della scure sui ciliegi: quel rintocco funebre che Cechov pone a fine opera, è riecheggiato per tutto l'evento teatrale, frammentato in tanti piccoli colpetti, che i personaggi stessi riproducevano, come eco del loro incontro, traumatico, con la realtà. Ed è stato un uomo allo schermo a ricordarci che la realtà fa male, perché "quello che ora va bene poi andrà male, e quello che prima andava male, andrà certamente peggio"…
E io sono pronta a buttar giù questa verità? Mi chiedo se mi sia guadagnata la mia parte di disillusione come investimento sul futuro fitto di muri… Forse si… magari graffiare un po' più la vita, quello dovremmo fare, senza baloccarci, anche noi, nevrotici e trasognati, in dei "m'ama, non m'ama" perenni… (claudia)

Viavai di sensazioni

Reinterpretazione con linguaggio espressionista e ironico dall'opera di Cechov. Ti cattura da subito con le immagini video. Si mescolano la freddezza del video con il calore e la vicinanza del teatro, mettendolo ancora di più in primo piano, esaltandone le qualità. Sguardi persi, smarriti degli attori, il cigolare delle altalene che dondolano, corpi nudi tra luce ed ombra che sembrano fondersi gli uni con gli altri, in un unico corpo, un'unica visione, l'incessante rumore delle proiezioni da dove ogni personaggio racconta la sua storia, il movimento convulso e disarmonico, fuori ritmo, tutto un viavai di sensazioni dall'inizio alla fine. (laura v.)


Tangram, della Compagnia Michele Pogliani

Freddi e glam

Prendete il video dei Daft Punk "Around the world", l'atmosfera e le faccine che popolano i paesaggi di Mariko Mori. Mettete addosso a dei danzatori allenati e belli dei costumi futuribili e improbabili quanto lo erano quelli di "Spazio 1999". Il trucco risulta "glam" sulla faccia dei due ragazzi. Questa bella coreografia, pulita a freddissima, si tiene a distanza con un velo che ci divide dal palco. Ma la musica è travolgente, non bisognerebbe stare seduti. (laurak)

Cyberpunk postmoderno ?

Corre corre… Non è il titolo della canzone di "La Crus" (Dentro me) ma la danza di Michele Pogliani. Mi siedo… un dub melodico invade la scena, i ballerini iniziano ad articolarsi tra i fari multicolore… non posso stare seduto, mi agito…, devo muovermi… mi alzo. Le ginocchia si muovono a tempo…ora entro… Osservo, è un ingranaggio (non perfetto, a tratti),… va veloce.. è meccanico… è un modulo. Un modulo ripetuto che si muove secondo il ritmo… è il tempo. Una matrice è alla base del battito, dei movimenti, delle ombre. Posso vedere e immaginare infinite soluzioni possibili per articolare l'ingranaggio che muove secondo un modello sempre riconoscibile ma diverso da se stesso. L'ingranaggio corre, corre, continua nei suoi moduli anche quando il tempo si ferma e le luci si oscurano. Non è il viaggio onirico di Roger Waters in The Wall, neanche il cyberpunk postmoderno di Gibson nel Neuromante, è solo la compagnia di Michele Pogliani. (Giovanni)

Fuga nella contingenza

Il caleidoscopio mi incanta perché mi spinge a girare vorticosamente nelle stanze infinite del mio cervello. Il Tangram cinese di Pogliani con la sua geometrica perfezione coreografica mi produce un effetto simile. Ma, così come mi stanca giocare troppo a lungo con il caleidoscopio, lo spettacolo del danzatore italiano mi obbliga a rifugiarmi nei pensieri più contingenti. E il freddo pungente di un'estate pentita o burlona mi spinge al bar per un caldo caffè d'orzo, ancor prima che il tangram sia concluso. (maria)

Le soluzioni infinite

Come il gioco cinese nel quale pezzi differenti si uniscono gli uni con gli altri creando figure sempre diverse, gli attori si incastrano e disincastrano guidati dalla musica…. il giocatore. Linguaggio minimalista di luce e musica. I danzatori vestiti con lo stesso costume, dai colori contrastanti il davanti col dietro, col movimento e i giochi di luce vanno creando composizioni e combinazioni sempre diverse. Come pezzi di un gioco dalle soluzioni infinite. (laura v.)

La mia Elena

Mi sorprende sempre Elena Bucci, non solo come autrice-interprete ma anche come persona inquieta che cerca di definirsi nella consapevolezza di sfuggire a una parte di sé. Riesce sempre a smuovermi qualcosa di intimo, a meravigliarmi con le sue derive esistenziali, a soffocarmi quando mostra la parte scura del pensiero senza nominarla. Il suo corpo, il suo viso, i suoi occhi conoscono le tecniche più astute del teatro e le tradiscono continuamente con aria di sfida. Non per nulla la sua Duse non ha niente a che vedere con tutte quelle di cui ho letto. (maria)