martedi
luglio
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Incidere il senso Arriva Koreja con il Sud Sound System, finalmente. Sarebbero stati perfetti per l'apertura di un festival che cerca di situarsi sul confine tra gli specifici linguaggi, sfuggendo ai canoni. Il rapporto tra teatro e musica è sicuramente una delle zone liminari da percorrere. Anche perché è su questi piani che è possibile intercettare quell'attenzione giovanile che può rigenerare una formula festival nel suo prossimo futuro. Si apre il dibattito, emergono perplessità ma si afferma un entusiasmo per un'operazione più importante che bella. E' quello che conta. Incidere il senso. Alcune coreografie di Battista e di Protein Dance chiudono la giornata.
Tra educazione, teatro e ipermedia Un appuntamento-evento
"dentro" la Scatola Nera, la prima presentazione del volume "Imparare
giocando. Interattività fra teatro e ipermedia" di Carlo Infante, uscito
per i tipi di Bollati Boringhieri. E' il tardo pomeriggio dell'11 luglio:
i Sud Sound System e Koreja
stanno provando, le basi vanno a tutto volume, il sound
salentino entra di prepotenza nella sala affollata di Villa Nappi.
Decideranno che è meglio chiudere la porta, ma i bassi non si escludono
così facilmente. Una delle cose che ho capito a forza di andare a teatro in tutti questi anni (gran parte dei quali spesi transitando per Polverigi in questi ultimi vent'anni) è che è importante portarsi a casa qualcosa. Portarsela dentro, che ti ronza nella testa. Un'informazione, un'emozione, una visione. Koreja mi ha riempito le tasche di segni caldi, parole-slang, modi di salutare… Ciao Bello Fratello è un gran bel saluto barbaro, neanche tanto malavitoso, baldanzoso certo, ma sensuale e amichevole come la gente vicina più all'equatore. Il Salento, e tutte le Puglie, sono un sud non a caso. L'idioletto "griko" dà alla vocalità del controcanto del Sud Sound System un suono che si fa segno, si fa valore di qualcosa che è più che musica. E' il coro di una tragicomica coatta che ricorda "Tano da morire", il film di Roberta Torre sulla mafia palermitana della Vuccirìa. Domenico Carunchio e il suo amico, "bellofratello", Charles Bronson, vivono la parabola del giovane proletario che si fa coatto, poi malavitoso e infine colluso con la politica degli appalti e dei contrabbandi balcanici. Una bella lezione. Uno spettacolo forse più importante che bello. Che cos'è questa storia di cercare il bello a teatro ? (carlo)
E' l'ignoranza che crea la violenza Domenico Carunchio è vestito trendy trendy come Donnie Brasco e parla tanto, troppo. E' tutto un po' noioso e lento, ma la storia è una bella storia. Non importa quante pecche, le indecisioni dell'attore, i buchi, qualcuno dice che la scenografia fa schifo. Non importa. Sono inkazzati neri, sostegno al cento per cento. E i Sud Sound System ? Comprate i loro dischi e andate ai loro concerti. (luc)
La società contro la società Domenico Carunchio racconta come da piccolo il suo essere povero fosse fonte di denigrazione da parte dei compagni di classe, quella denigrazione che tanto ti terrorizza quando a sette anni hai paura che si sappia in giro che i tuoi sono divorziati. Racconta come la sua povertà di bambino ignorante lo abbia portato alla ribellione verso il compagno di classe che lo accusava di puzzare di Acido fenico, verso la società. A trovare un modo per trasformare la sua debolezza in forza, a trovarla, la società. Quella camorrista. I bambini cattivi esistono, afferma convinto. Vedi Charles Bronson, il maestro acquisito del nostro "eroe". E' l'ignoranza che genera la violenza, ribattono i bassi oppressivi dei Sud Sound System. La vita narrata da Carunchio è tutta sbagliata, il pubblico prova pena ma anche spavento, disgusto. No, non se la merita la vita tranquilla nella casetta in riva al mare, ammazziamolo come lui ha fatto con chissà quanti innocenti. Ogni tanto partono delle note, scandite dai tonfi possenti dei bassi: sono i SSS che intervengono a spiegare come vanno le cose in Italia, e come dovrebbero andare: questi ragazzi mi piacciono. Anche se fatico a tradurre il dialetto delle liriche, anche se non adoro il reggae, spero che abbiano successo. (the.ego) Della metafora svelata (dai padrini) Nel cuore del festival con la coscienza di aver perso la testa e di non poter vedere la coda...grande privilegio (dicunt). Nel cuore del festival non pulsa granché, il tempo neppure promette alcunché, sparuti gli stessi di sempre (?). La luce dalle grandi finestre si avvia la tramonto. Non ci si accorge che fuori è già buio. Si parla di futuro, spiati senza troppi segreti ci si rivede sui monitor che circondano il grande tavolo di legno: si parla di comunicare (magari anche ascoltare) si parla di giocare (no, non l'abbiamo dimenticato) si sparla, si gira intorno a un libro, venuto fuori da un oggetto nero, che non è un cilindro (no, lui l'autore non se lo metterebbe mai). E si continua a parlare con i bicchieri in mano, scaldati dal vino (certe sere di luglio può essere più freddo che a febbraio). Ma...e il festival? Cosa fa questo improbabile De Niro pugliese circondato da Almamegretta con facce diverse ? Non può essere una questione di cattiva disposizione... voglio continuare a parlare. (fiorenza)
Visto
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